Stefania Lagatta




Stefania Lagatta: Recensioni

Stefania Lagatta: opere e dipinti Roberta Potasso, giornalista

Il contrasto. La scelta. O meglio le scelte, una consapevole, voluta, cercata. Ed un’altra più intimistica, onirica, mai sognata ad occhi aperti, quasi temuta e - per questo - tenuta sotto controllo. Vitalità e riserbo. Passione e tensioni. Chiari e scuri. Di una doppia vita? Piuttosto di una vita intera, spigoli di una personalità complessa. D’artista. Stefania Lagatta è sensazioni. Emozioni multidimensionali su tela. Colori che vogliono parlare, con voci proprie. Il blu, la calma fredda e conformista della ragione. Il giallo, l’andare oltre gli schemi, la follia che buca la realtà. Il rosso delle esperienze calde, il bisogno di mandare avanti il cuore. E dalla fusione di questo croma elementare, il mondo. Un mondo di sostanza, concettuale e personale, dove i paesaggi sono luoghi interiori, dove un’esplosione di colore si fa fotografia di una giornata impressionista. Fuochi artificiali per sentimenti naturali. Ma per saperlo maneggiare, il fuoco, occorre esperienza: tanta dedizione allo smaterialismo non può certo nascere per caso, senza disciplinare il talento attraverso l’esperienza tangibile. Dal gioco di bassorilievi alla polenta tattile, dalle ispirazione paniche del marmo alla deviazione edilizia del naturale, dall’anatomia quasi ematica al particolare sfigurato, tutto in Stefania Lagatta passa attraverso una consapevolezza della metrica pittorica che non prescinde dallo studio, dal piegare la tecnica all’uso delle passioni. Un metalinguaggio, per nulla improvvisato e carico di silenzi pieni. C’è addirittura un qualcosa di teatrale in questi equilibri acrilici, l’esposizione al pubblico di una maschera (pittorica) a cui demandare la scoperta del sé. Resta però latente la sensazione che su queste tele ci sia più di quello che l’artista vorrebbe condividere. Dietro al bisogno iconico di riportare ad una dimensione fertile, terrea e territoriale, la donna dei suoi arcipelaghi lontani, Stefania Lagatta rimanda ad un’isola sensuale di piacere e violenza, anche sessualmente primitiva, imprigionata nella calma apparente che protegge il centro di ogni uragano. Così come resta in parte imprigionata nel colore quella rabbia feroce (quasi un dolore) verso le contemplazioni maschili, quella razionalità un po’ vigliacca del fare e del disfare il quotidiano naturale che l’uomo usa per non perdere la competizione atavica con la donna e la sua capacità di creare da se stessa. L’imperturbabilità contro l’istinto. Linee contorte e scure, ripiegate su se stesse, onde cicliche e sbarre di una prigionia mentale colate sulla tela come un fluido impellente da combattere, da contrastare con improvvisi squarci, candidi inspessimenti di non-colore. Ma è proprio quando dalle involuzioni si arriva all’evoluzione, quando certi nodi si sciolgono e il segno si fa via via più orizzontale, di una qualche linearità interiore, che Stefania Lagatta ci parla davvero di sé, del suo impegno sociale, delle sue nostalgie civili. Lungo il percorso di un artista (un percorso con una meta così infinita da rendersi indefinita) si trovano inevitabilmente, ad un certo punto, indizi della sua personalità, del suo rapporto con la polis e la sua scienza, la politica. Prese di posizione decise, una tenda da campo militare, un no visivo all’ "inutilità duratura" della guerra, ma anche carezzevoli curve pittoriche, nuvole leggere venate da una presenza - stucco, l’altrove - sempre più discreta e inquietante, come se si fossi giunti alla conclusione che per farsi sentire non serve urlare. Esserci, stabilire un’opinione, una riforma etica che lasci la morale a chi se ne appropria indebitamente: ecco cosa conta. Non aver paura. Affrontare magari anche argomenti scomodi, l’omologazione e il finto mito. Nike e McDonald’s, simboli (imposti?) della cosiddetta globalizzazione. Ma cosa vuol dire oggi, per un’artista, rappresentare il "no global"? Astensione o dissenso per la mercificazione di una cultura ecumenica? Il colore confonde. Dai rossi più torvi alla tranquillità marina, dalle aperture delle linee a quegli spruzzi neri, che - a seconda dell’interpretazione - coprono la fantasia cromatica della tela o la rendono più forte, per contrasto. Stefania Lagatta non ci offre una soluzione univoca. Il suo mondo è screziato, variegato di una diversità che può essere soltanto un’apparenza. O, piuttosto, un pugno nello stomaco.